COMMERCIO EQUO E SOLIDALE

Commercio equo e solidale: utopia concreta, testimonianza marginale, contraddizione insanabile tra economia ed etica?
Ciò che appare troppo spesso solo come manifestazione di impegno e solidarietà nei confronti delle popolazione del Sud del mondo dimostra invece - appena ci si addentri nella storia e nella realtà del commercio equo (
fair trade) - ben altro spessore e prospettiva.
La sua identità infatti non deriva da una generica opzione a "favore degli ultimi" o dalla vocazione per una caritatevole attività di aiuto, cooperazione, solidarietà.
Le radici del commercio equo e solidale affondano infatti in una peculiare visione politica delle relazioni Nord/Sud e della
COOPERAZIONE INTERNAZIONALE, che cerca di coniugare attività a favore dei processi di liberazione e autonomia presenti nel Sud del mondo (attività tipica della cooperazione internazionale tradizionale) con la critica radicale ai rapporti economici internazionali e col valorizzare la dimensione etica e politica del consumo: trade, not aid: commercio, non aiuti.
Questo slogan, che ha accompagnato la nascita del commercio equo e solidale trentacinque anni fa (tra Olanda e Svizzera), risulta tuttora valido e identifica il senso complessivo che esso si propone: contro lo squilibrio Nord/Sud (ma oggi sarebbe meglio dire Centro/Periferia) e lo sfruttamento dei popoli, il fulcro dell'azione solidale deve concentrarsi non tanto nell'aumento di aiuti, quanto nella modifica degli iniqui meccanismi economici e commerciali che perpetuano le condizioni di subordine, dominazione e squilibrio di tanta parte del Sud del pianeta.
La specificità del commercio equo e solidale consiste nel perseguire tale obiettivo ricercando un canale diretto e alternativo tra produttori del Sud e consumatori del Nord.
L'utopia concreta di cui il commercio equo e solidale è portatore consiste nel fatto che in tal modo sia possibile liberare risorse (sottraendole al profitto di chi controlla i flussi/prezzi commerciali tradizionali) a favore delle comunità di produttori del Sud, valorizzando i fattori etici e non solo quelli economici come criteri di scelta da parte dei consumatori.
E' interessante seguire l'itinerario che il commercio equo e solidale ha svolto in questi oltre tre decenni di esistenza. Le prime "botteghe del mondo" sono state aperte contro le regole commerciali dell'allora Comunità Economica Europea, che impedivano - causa leggi protezionistiche e dazi doganali - il libero accesso della maggioranza dei prodotti del Sud (materie prime, alimentari, manufatti) in Europa.
Le botteghe del mondo si sono costituite come terreno liberato da regole commerciali inique, come provocazione economica e politica, come atto concreto a favore dei popoli del Sud del mondo, discriminati da leggi economiche unicamente tese a favorire e proteggere il profitto economico del Nord.
Oggi, a fronte di una realtà economica e sociale completamente mutata, e di fronte alla retorica della GLOBALIZZAZIONE, del neoliberismo, del libero mercato, il commercio equo e solidale e le botteghe del mondo sono portatori di regole.
Regole contro la mancanza di qualsiasi regolamentazione politica del mercato economico, a favore di criteri di produzione e consumo non unicamente dominati dalla ricerca del massimo profitto.
Questo itinerario ben definisce, a fronte del rovesciamento delle parole d'ordine del COMMERCIO INTERNAZIONALE (dal protezionismo assoluto al liberismo sfrenato) la costante delle organizzazioni del commercio equo e solidale: creare strutture economiche e canali commerciali che operino a sostegno delle comunità dei produttori del Sud e di una crescita del cosiddetto consumo critico e consapevole al Nord.
Ma se questi sono gli intenti e il significato del commercio equo e solidale, come ciò avviene e si realizza? Quali sono le regole di cui è portatore?
Pilastro delle organizzazioni del commercio equo e solidale è lo stabilire rapporti commerciali diretti coi produttori, da cui si acquistano le merci direttamente e senza intermediari. In tal modo è possibile definire assieme a loro un prezzo equo, a partire dalle loro richieste e che tenga conto (per risultare più alto e remunerativo) dei prezzi di mercato.
Ciò permette anche un altro aspetto, economicamente determinante per i produttori: normalmente il 50% del valore della merce acquistata viene pagato prima dell'acquisto (prefinanziamento). Non meno importanti risultano altri fattori dei rapporti commerciali "equi e solidali": viene definito - soprattutto per le merci alimentari - un prezzo fisso indipendente dalle fluttuazioni dei mercati, oppure si stabilisce un prezzo minimo (è il caso del caffè) al di sotto del quale, anche se crollasse il prezzo internazionale della merce, il "prezzo equo" non può scendere.
Oltre a ciò il rapporto coi produttori prevede una progettualità che può riguardare o direttamente le attività economiche (assistenza alla produzione/commercializzazione, microcredito per finanziare nuove attività) o la vita sociale-culturale dei produttori (rafforzamento degli organi collettivi, formazione, visite di scambio).
L'obiettivo di questa attività non riguarda però unicamente lo sviluppo economico; ciò che si intende promuovere non è direttamente valutabile in termini di fatturato, poiché riguarda prima di tutto: l'autonomia dei produttori (compreso il fatto che non divengano dipendenti dal sistema del fair trade); la diversificazione della produzione; il rispetto della cultura e delle tipologie produttive locali (si acquista solo ciò che viene già prodotto, intervenendo al massimo su design e repertorio dei prodotti).
Oltre a ciò il commercio equo e solidale opera attraverso dei criteri (le regole, appunto) internazionalmente condivisi. Sinteticamente essi riguardano:
- la tipologia dei produttori: si entra in relazione, tranne eccezioni, con produttori riuniti in strutture collettive (consorzi, cooperative, associazioni) che garantiscano la partecipazione democratica, la gestione sociale delle risorse e dei profitti, un rapporto positivo con la comunità territoriale;
- il processo produttivo (impatto sociale): deve avvenire nel rispetto dei diritti dei lavoratori, del divieto del lavoro minorile, delle differenze di GENERE e dei portatori di disagio; (impatto ambientale): rispetto dell'ambiente, priorità all'utilizzo di materie prime locali ed alla produzione biologica;
- il prodotto finale: deve rispecchiare la cultura di provenienza (i prodotti alimentari elaborati devono avere almeno il 60% di provenienza "equa e solidale"); priorità ai prodotti sostitutivi di altri già in commercio.
E' importante infine capire che quanto fin qui detto non è più solo un ambito di testimonianza, appannaggio di un gruppo di volenterosi "bravi ragazzi/e". Oggi il commercio equo e solidale costituisce una struttura economica reale, consolidata e radicata nel territorio, che dimostra ogni giorno la sostenibilità di relazioni commerciali Nord/Sud e di modelli aziendali alternativi. Se in Europa esistono oltre tremila punti vendita, in Italia dopo oltre dieci anni si contano circa 250 botteghe del mondo. Il commercio equo e solidale in Italia fattura complessivamente alcune decine di miliardi, ha creato oltre un centinaio di posti di lavoro, mobilita migliaia di volontari, coinvolge centinaia di migliaia di consumatori. Una struttura come il Consorzio CTM Altromercato (la più vecchia e grande realtà di commercio equo in Italia, cui sono associate 90 botteghe) fattura quasi 17 miliardi, e commercializza circa 2.700 prodotti provenienti da 140 produttori di una quarantina di paesi di Asia, Africa, America Latina.
Non più solo cooperazione, volontariato, solidarietà: realtà come questa (e le altre: Commercio Alternativo, Equomercato, Equoland, RAM, Robe dell'Altro Mondo) costituiscono un avamposto di cultura sociale ed economica, che a pieno titolo partecipa e sostanzia la cosiddetta economia no profit. A dimostrazione di ciò sta anche la complessità e vitalità delle iniziative promosse direttamente dalla costellazione del fair trade italiano: oltre alla miriade di iniziative divulgative sui temi di politica internazionale e dell'economia sociale, esso interviene direttamente nella promozione della finanza etica (rapporto con le MAG - Mutua Auto Gestione, promozione della Banca Etica) e del turismo responsabile. E ciò dimostra ulteriormente l'esigenza e la necessità della novità portata nella cooperazione internazionale dal fair trade, là dove i criteri equi e solidali vengono importati e tradotti in altri importanti settori dell'attività economica e delle relazioni internazionali, come appunto la finanza e il turismo.


Bibliografia

Annuario del commercio equo e solidale - EFTA (c/o Botteghe del mondo o CTM)

CNMS, Guida al consumo critico, Emi, Bologna, 1998

Tonino Perna, Fair trade, Bollati Boringhieri, Torino, 1998.

Terre del Fuoco, n. 6 e seguenti (semestrale), Emi / La luna nel pozzo.

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