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Le linee ed i programmi di finanziamento dell'UNIONE EUROPEA dipendono direttamente dalle politiche che l'Unione definisce periodicamente tramite un complesso meccanismo che: - fa capo al Consiglio dell'Unione (che adotta le leggi su proposta della Commissione), - coinvolge il Parlamento europeo, al quale affida importanti momenti di "codecisione", oltre al controllo democratico sulle istituzioni, - attribuisce ai 20 membri della Commissione europea il potere di proporre la normativa, il potere esecutivo e quello di controllo sui quindici stati membri; l'esercizio di tali compiti è reso possibile da un'organizzazione che prevede un Segretariato, alcuni Servizi e 24 Direzioni generali (DG). Questa "macchina" gestisce anche la cooperazione europea, che è stata avviata nel 1957, nell'ambito delle relazioni tra la Comunità e alcuni paesi dell'emisfero Sud del mondo che si emancipavano dai rapporti di dipendenza coloniale verso stati membri della stessa Comunità Europea. Prima sotto l'influsso di una politica selettiva determinata in particolare dalla Francia (Africa), poi spinta dalla Gran Bretagna ad allargare gli orizzonti ad altri continenti, la Comunità ha acquistato progressivamente velocità coinvolgendo tutto il mondo cosiddetto in via di sviluppo. Il sistema di associazione ai paesi africani, dei Caraibi e del Pacifico (CONVENZIONE DI LOME', oggi allargata a 71 PAESI ACP) è stato affiancato, nella seconda metà degli anni '70, da un impegnativo programma di aiuti finanziari e tecnici con l'America Latina e l'Asia (PVS-ALA), poi con il Mediterraneo, il Vicino Oriente e l'Europa dell'Est, a partire dagli anni '90. L'articolo 177 del TRATTATO DI MAASTRICHT stabilisce che la cooperazione allo sviluppo dell'UE è "complementare" a quella degli stati membri e mira: 1) allo sviluppo economico e sociale durevole dei PVS; 2) al loro inserimento nell'economia mondiale; 3) a lottare contro la povertà nei PVS. Strada facendo la strumentazione dell'aiuto pubblico allo sviluppo della UE si è naturalmente diversificata, per venire incontro a situazioni e politiche tanto diverse l'una dall'altra, a seconda dei paesi destinatari. Oggi spazia dalla cooperazione industriale e tecnologica alla promozione delle esportazioni; dall'AIUTO ALIMENTARE E DI EMERGENZA, a quello finanziario, che viene erogato sia sotto forma di prestiti particolarmente agevolati, sia nella versione "sovvenzioni" a progetti di sviluppo. Tutto ciò proviene e fa ancora parte della "politica di sviluppo", termine che contraddistingue ancor oggi gli "aiuti allo sviluppo" dell'UE, che nei primi anni '90 hanno rappresentato il 43% degli aiuti pubblici allo sviluppo (per avere un punto di riferimento si pensi che nello stesso periodo gli aiuti degli Stati Uniti non hanno rappresentato che il 18% del totale). Il più recente dato ufficiale sugli aiuti dei paesi dell'OCSE parla di 5.261 milioni di dollari in aiuti allo sviluppo nel 1997, cifra che colloca l'UE al secondo posto nella lista dei 24 maggiori donatori mondiali. Nel 1999, dieci anni dopo la caduta del Muro di Berlino, la situazione appare dunque molto articolata e matura, nel senso di un consolidato sistema di rapporti di cooperazione e di "accordi di associazione" che lega l'UE ai paesi terzi, verso i quali si rivolge una politica di relazioni esterne, sostenuta da un intero capitolo (linee B7) del Bilancio generale delle Comunità Europee. In termini generali, accanto ai programmi destinati ai 71 paesi ACP, troviamo le attività dirette ai paesi dell'America Latina e dell'Asia (che Bruxelles identifica nella sigla PVS-ALA), del MEDITERRANEO DEL SUD (MED), ed infine ai PAESI DELL'EUROPA CENTRALE E ORIENTALE (PECO) ed all'area dell'ex Unione Sovietica (NSI e Mongolia), ai quali sono destinati i programmi PHARE e TACIS.
(segue)
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