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Gli attuali processi di GLOBALIZZAZIONE determinano intensi processi migratori dal Sud del mondo e dall'Est europeo verso i paesi dell'Occidente "sviluppato". In Europa risiedono circa 20 milioni di immigrati extracomunitari. E nell'Unione Europea l'Italia è ormai al quarto posto, per numerosità di immigrati, dopo Germania, Francia e Gran Bretagna. La presenza nel nostro paese di uomini e donne provenienti dai paesi del Sud del mondo e dell'Est europeo sta lentamente modificando aspetti centrali della nostra vita: nel mondo del lavoro, negli insediamenti abitativi, nel confronto tra le fedi religiose, nei gusti e nei consumi, nel sistema dei media, nella scuola, tra le pareti domestiche, l'Italia è diventata una società multietnica. Siamo in presenza di un processo che incide su quella che lo storico Fernand Braudel avrebbe chiamato "la lunga durata" dei fenomeni storici, un evento né effimero né casuale che costringe la società italiana a ripensare se stessa, la propria tradizione culturale, il proprio status antropologico, il proprio futuro. Gli immigrati rappresentano la testimonianza vivente e sofferta delle crisi economiche, politiche, sociali, etniche, religiose, ambientali che dilaniano il pianeta in questo fine secolo. Questa nuova realtà multietnica e multiculturale pone problemi inediti sia sul versante economico-sociale, sia su quello culturale e formativo. Problemi che si riassumono nel seguente dilemma: se e come i governi dell'UNIONE EUROPEA saranno capaci di un'integrazione dinamica, quindi né assimilatoria né ghettizzante, dei cittadini di diversa nazionalità. Qualsiasi politica di integrazione si accompagna ad interventi in campo formativo, necessari per costruire quelle diffuse basi culturali, senza le quali diviene impossibile ogni convivenza civile tra autoctoni e immigrati. E' sempre più evidente, infatti, come tutte queste radicali modificazioni stiano incrinando anche i tradizionali modelli educativi dell'Occidente. E' da questo complesso di eventi e problemi che nasce la pedagogia interculturale, che comincia, anche in Italia, a ricercare un proprio status autonomo. Essa si situa alla confluenza di diversi e complessi apporti e si caratterizza come una pedagogia di frontiera in cui si innestano non solo i saperi pedagogici, ma anche i saperi psicologici, antropologici, storici, geografici, economici, sociologici, letterari, linguistici, ecc. Per fornire una rappresentazione plausibile della pedagogia interculturale si potrebbe utilizzare, prendendola in prestito dal mondo dell'informatica, la metafora dell'ipertesto: una rete di concetti, una ragnatela di conoscenze "tenute" da alcuni nodi fondamentali che ne costituiscono l'intelaiatura. E' utile soffermarsi sulla nozione di pedagogia interculturale, provando a ricostruire alcune tappe significative del percorso evolutivo che, in Italia, ne ha preceduto e accompagnato l'emersione. Negli anni '60 e '70 il nostro paese, in alcuni suoi importanti settori (partiti politici, movimenti, associazioni, chiese, ecc.) si dimostra caratterizzato da un attivo impegno internazionalista, in gran parte collegato al protagonismo dei movimenti di liberazione che, in tante parti del Terzo mondo, stavano conducendo lotte risolutive per emanciparsi, sul piano sia politico che economico, da colonialismo e neocolonialismo. Dopo l'esaurimento di questa fase, durante gli anni '80, in un periodo cioè in cui sembrano trionfare i valori dell'individualismo e della competitività, a tenere vivi lo spirito internazionalista e i valori della solidarietà tra i popoli sono soggetti che, in genere, appartengono al complesso mondo dell'associazionismo di base, laico e cattolico. Fra essi vanno annoverati le ORGANIZZAZIONI NON GOVERNATIVE - ONG - di cooperazione allo sviluppo con i paesi del Sud del mondo, le associazioni per la pace e il disarmo, i movimenti ecologisti, i gruppi volta a volta costituitisi per promuovere campagne di sensibilizzazione e azione sui temi più diversi. Non pochi di coloro che partecipano a queste iniziative trascorrono un certo numero di anni all'estero, soprattutto nei paesi di nuova indipendenza, e, al rientro in Italia, portano con sé la loro esperienza di volontari impegnati in PROGETTI di sviluppo agricolo, sanitario, formativo. E' a partire da qui che si determina un orientamento volto a far sì che questo bagaglio di valori e di saperi venga fatto conoscere più ampiamente in Italia, e, nella sua dimensione educativa, inserito nei programmi della scuola. E' nei primi anni '80 che comincia a definirsi la cosiddetta EDUCAZIONE ALLO SVILUPPO, come tentativo di fare oggetto di insegnamento-apprendimento i valori, le conoscenze e le competenze riconducibili alla tematica dello sviluppo del Sud del mondo. La nozione di educazione allo sviluppo, nel corso degli anni '80, è sottoposta a un processo di dilatazione e viene assorbita, e in certo qual modo "superata", da quella di educazione alla mondialità, cioè dal tentativo di organizzare, per insegnarle nella scuola, le conoscenze e le competenze che si ritiene sia indispensabile possedere per far fronte alla mondializzazione dell'economia, della politica, della cultura, dell'informazione, ecc. L'ampia
caratterizzazione che vuole avere l'educazione alla mondialità, nel senso che
essa assume e incorpora anche altre e particolari "educazioni" - alla
pace, ai DIRITTI UMANI, all'AMBIENTE
- sembra scommettere sul superamento degli specialismi, sulla capacità critica
di pensare per "nessi", sullo sviluppo di procedimenti mentali che
cerchino di unificare i diversi saperi, o meglio di farli dialogare fra loro.
Alla base di ciò è da vedersi il tentativo di rifondare un paradigma
universalistico di lettura del mondo, che renda possibile l'adeguamento in forme
critiche del pensiero, della percezione, del sentire comune ai processi di
mondializzazione. In una fase successiva, durante gli stessi anni '80, si
determina una sorta di incontro (e, in alcune teorizzazioni, un vero e proprio
congiungimento) tra il filone di ricerca e di pratica educativa, che si denomina
educazione alla mondialità, e la riflessione sui problemi posti dalla
presenza di immigrati stranieri, che si giudica richiedano un significativo
cambiamento della società e della scuola italiane, fino ad ora orientate - nei
valori, nei linguaggi, nelle pratiche educative - in senso prevalentemente
monoculturale.
Si comincia così a parlare, più con generosità che con rigore, di educazione
interculturale, dapprincipio per consentire l'inserimento degli allievi
stranieri nella scuola e, successivamente, per proporre un approccio educativo
di tipo universalistico rivolto sia agli stranieri che agli italiani.
L'educazione interculturale, che rappresenta la "traduzione"
didattica della pedagogia interculturale, è una prospettiva di ricerca e una
prassi pedagogica che nasce dalla necessità di un inserimento attivo degli
allievi stranieri nella scuola e da un ripensamento critico dei saperi
fondamentali attualmente insegnati.
Essa non è una nuova materia né una pedagogia speciale per stranieri; si
configura, al contrario, come un nuovo asse educativo rivolto in primo luogo
agli italiani e volto a modificare abiti cognitivi e comportamenti degli
autoctoni e degli stranieri.
Per favorire la possibilità di una convivenza costruttiva sia nella nostra
società, sia sul pianeta, l'educazione interculturale propone di impegnarsi
nell'acquisizione dei valori, delle conoscenze e delle competenze che possono
contribuire a "decolonizzare" l'immaginario occidentale e a rimettere
in discussione una tradizione interamente fondata sul primato dell'Europa.
L'educazione interculturale si propone di sedimentare una nuova "cultura
delle interdipendenze", volendo designare con questa espressione la
raggiunta consapevolezza della dimensione globale dei problemi del presente: il
che potrebbe permettere il superamento di una contraddizione evocata con forza
da padre Ernesto Balducci, quando affermava che "noi viviamo in un'età
planetaria con una coscienza neolitica".
In questa prospettiva, è incoraggiante il pronunciamento del Consiglio
Nazionale della Pubblica Istruzione (CNPI, 23-4-92), che rappresenta un testo
importante per la promozione dell'educazione interculturale nella scuola
italiana. "La cultura, la conoscenza e la ricerca - scrive il CNPI - sono
sempre più connotate da caratteri di internazionalità e di interdipendenza
[...]. I processi migratori e la conseguente necessità di trovare nuove forme
di convivenza [...] rivelano concretamente lo spessore dei problemi attuali e le
gravi ingiustizie di cui sono espressione [...]. Le nuove generazioni maturano e
studiano in questo nuovo clima. Il cambiamento, quindi, investe i contenuti da
insegnare e i quadri di riferimento con cui interpretarli e trasmetterli [...].
Si chiede alla scuola - continua il documento - di assumere la dimensione del
sempre più stretto intrecciarsi e condizionarsi a vicenda dei problemi relativi
al mondo naturale ed al mondo dell'uomo e di fornire strumenti conoscitivi
adeguati. Si chiede in particolare alla scuola di dotare le nuove generazioni di
strumenti per combattere, sul piano intellettuale, culturale, etico, religioso e
psicologico, quegli stereotipi che esasperano i conflitti ed allontanano le
speranze di pace. La risposta [...] a queste sollecitazioni viene ricercata in
un'area d'indagine che va sotto il nome di educazione interculturale […].
Indipendentemente dalla presenza fisica nella scuola e nelle classi di ragazze e
ragazzi appartenenti ad altre culture, una educazione che sia all'altezza dei
problemi di una società complessa e mobile come è la nostra non può che
prospettarsi come interculturale, con tutte le valenze, in parte ancora
inesplorate, che questa prospettiva comporta". La legge sull'immigrazione
(6/3/98, n.40), infine, sottolinea, in un articolo specifico (art.36),
l'importanza dell'educazione interculturale nella prospettiva della costruzione
di una cultura dell'accoglienza. A livello europeo, nel Programma di azione
comunitaria "Socrates", istituito dal Consiglio e dal Parlamento
europeo nel marzo del 1995, si chiede di "promuovere azioni di istruzione
interculturale rivolte a tutti gli alunni" e la "introduzione di
metodi pedagogici interculturali". Nel mondo non governativo, il cammino
verso l'integrazione dell'attività delle ONG dei quindici paesi membri dell'UE
è in questo settore particolarmente avanzato. Nell'ambito infatti del Comitato
di collegamento delle ONG di sviluppo presso l'Unione Europea (CLONG) esiste dal
1996 un Forum permanente per l'educazione allo sviluppo, che è la struttura
settoriale più importante del CLONG stesso.
La comunità non
governativa europea (circa 900 ONG in totale) ha infatti ben chiaro come
l'educazione allo sviluppo possa costituire la sintesi ideale delle idee,
iniziative, campagne, istanze in generale di cui le ONG sono portatrici.
L'importanza sempre maggiore che va assumendo, accanto a quella più
tradizionalmente progettuale, l'attività di advocacy degli interessi
generali delle ONG del Sud del mondo rende necessario un approccio europeo
sempre più unitario e coordinato, non solo per evitare duplicazioni di sforzi,
ma anche e soprattutto per rafforzare l'efficacia delle azioni.
Bibliografia
Hiang-Chu Ausilia Chang, Marta Checchin, L'educazione interculturale.
Prospettive pedagogico-didattiche degli Organismi internazionali e della
Scuola italiana, Libreria Ateneo Salesiano, Roma 1996.
Concetta Sirna Terranova, Pedagogia interculturale. Concetti,
problemi, proposte, Guerini, Milano 1997.
N:EA, Flussi migratori, dal razzismo alla
multiculturalità, collana "Città Solidarietà", COCIS, Roma,
1998.
Francesco Susi (a cura di), Come si è stretto il mondo. L'educazione
interculturale in Italia e in Europa: teorie, esperienze e strumenti,
Armando Editore, Roma 1999.
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