GENERE

L'uso del termine "genere", anziché "sesso" nella teoria e nella pratica dello sviluppo intende sottolineare la diversità dei due concetti. La differenza sessuale è infatti universale e immutabile nel tempo e nello spazio, cioè in ogni epoca e in ogni società, mentre i ruoli - economici e sociali - che ciascuna società, in un determinato luogo e in un determinato tempo, attribuisce all'essere uomo e all'essere donna possono cambiare e cambiano, a volte profondamente da un luogo all'altro e nel corso del tempo. E' quindi la differenza tra questi ruoli, che non è naturale ma socialmente costruita, che viene definita differenza di genere. La principale caratteristica della differenza di genere è duplice e apparentemente contraddittoria: da un lato, porta con sé una grande potenzialità di cambiamento, sia per adattarsi al mutare delle strutture economiche, sia come risultato di spinte politiche; dall'altro, in ogni società la differenze di genere è impregnata di implicazioni culturali e sociali così profonde da suscitare fenomeni a volte fortissimi di resistenza al cambiamento, il cui principale argomento sta spesso proprio nell'assimilare la differenza di genere a quella sessuale ed a definirla quindi "naturale" e perciò universale e immutabile. La consapevolezza della differenza di genere è essenziale per gli operatori della cooperazione allo sviluppo, per le sue profonde implicazioni sulla divisione del lavoro. Non è un caso che le prime analisi di genere della COOPERAZIONE INTERNAZIONALE siano scaturite proprio dall'osservazione diretta degli effetti nefasti dell'applicazione ai paesi del Sud del mondo di modelli di divisione del lavoro propri dell'Occidente attuale. La prima economista che ha sistematizzato questa osservazione, la danese Ester Boserup, ha infatti messo l'accento soprattutto sulla "invisibilità" del lavoro femminile nel Sud del mondo: agricoltura familiare, piccolo artigianato, piccolo commercio, tutte le attività del cosiddetto "settore informale" e grazie al quale milioni di donne mantengono le proprie famiglie, non sono registrate nelle statistiche di impronta occidentale, che considerano lavoro solo quello retribuito con regolare salario. Da questo primo, pionieristico volume si è sviluppato un vasto movimento internazionale, fatto di studi, di ricerche, ma anche e soprattutto di pratica concreta della cooperazione, che ha portato a ripensare l'approccio allo sviluppo delle organizzazioni internazionali come delle cooperazioni governative e non governative.
Si tratta di un terreno in cui, più forse che in qualunque altro, convergono l'economia e la politica, nella più vasta accezione di entrambe. Nessuna meraviglia, quindi, che le analisi economiche si siano strettamente intrecciate con le rivendicazioni militanti, e che questo intreccio sia stato usato anche per confutare la validità economico-sociale dell'integrazione delle donne nello sviluppo, prima, e dell'approccio di genere poi. Per gli stessi motivi, in una prima fase l'appoggio del femminismo occidentale alla problematica dell'integrazione delle donne nello sviluppo ha provocato, nelle organizzazioni delle donne del Sud del mondo, reazioni di difesa a quello che appariva loro come un tentativo di spossessamento delle proprie radici culturali.
Il Decennio della NAZIONI UNITE per le donne (1975-1985) e tutte le conferenze che ne sono seguite hanno costituito per le organizzazioni delle donne, focalizzate o meno sullo sviluppo, un'occasione importantissima di incontro, confronto, elaborazione comune. Nella pratica concreta della cooperazione, si possono distinguere varie fasi, strettamente intrecciate ai modelli di sviluppo in auge nei periodi corrispondenti.
In una prima fase, corrispondente grosso modo agli anni '60 ed all'idea che lo sviluppo fosse soprattutto crescita economica misurabile in termini di PIL, il modello applicato ai ruoli di uomini e donne ricalcava fedelmente quello nordamericano ed europeo di metà secolo: rigida divisione dei ruoli, con attribuzione di quelli produttivi di reddito al solo uomo capofamiglia, introduzione del concetto, del tutto estraneo alle società del Sud del mondo (se non per alcune popolazioni urbane numericamente marginali) di "casalinga", dedita unicamente alle attività di "riproduzione sociale", l'insieme cioè di cure della famiglia e delle persone che mettono queste in grado di lavorare producendo per il mercato. Una delle caratteristiche che si riscontrano con maggiore frequenza nei paesi del Sud del modo - per moltissimi altri aspetti diversissimi tra loro - è invece l'intreccio strettissimo tra attività di produzione e di riproduzione, di produzione per il mercato e di autoconsumo, di ruoli familiari e ruoli sociali e comunitari. Quasi sempre il luogo di sintesi di tutte queste attività sono proprio le donne.
Al fallimento di questo approccio rigidamente economicistico, ha fatto seguito, negli anni '60, l'esasperazione del ruolo della politica: lo sviluppo poteva nascere solo dal trionfo dei movimenti di liberazione e quindi la PARTECIPAZIONE delle donne allo sviluppo poteva derivare solo dalla loro capacità di partecipazione e di protagonismo politico.
E' il primo momento di incontro tra organizzazioni di donne del Nord e del Sud ed è da principio uno scontro, con le prime focalizzate sul primato della liberazione femminile su qualunque altro obiettivo, le seconde arroccate a difesa della propria cultura e delle proprie priorità.
Nel decennio a cavallo degli anni '70 e '80, con l'approccio allo sviluppo focalizzato prevalentemente sui bisogni fondamentali, il problema della partecipazione delle donne viene visto essenzialmente come un problema di povertà. E' in questo periodo che nascono gli studi, e la stessa espressione, sulla "femminilizzazione della povertà". L'idea è: le donne sono i più poveri tra i poveri, concentriamoci sulla lotta alla povertà e le donne non solo staranno meglio, ma avranno anche la possibilità di aumentare la propria consapevolezza.
Negli anni '80, con la progressiva diminuzione delle risorse dedicate allo sviluppo, la parole d'ordine è "efficienza": bisogna fare di più con meno, bisogna quindi valorizzare le ONG, che lavorano a costi decisamente inferiori a quelli delle grandi agenzie internazionali, bisogna valorizzare tutta la forza lavoro che costa poco e che produce di più. Le donne vengono quindi scoperte in questa chiave come protagoniste dei progetti di sviluppo: si impegnano di più e in modo più continuativo, sono abituate a lavorare per la propria famiglia e la propria comunità e non per il mercato, sono affidabili e costano poco.
Da qui nasce la grande popolarità dei progetti "al femminile", in genere ben riusciti, ma senza un reale impatto sulla condizione femminile a livello più generale. A partire dalla fine degli anni '80, e soprattutto in relazione alla preparazione della CONFERENZA DI PECHINO del 1995, sono le organizzazioni di donne del Sud a produrre le elaborazioni più interessanti: abbiamo chiari i nostri obiettivi e le nostre priorità, è in sintesi la loro posizione, quello che ci serve è forza e potere per perseguirli. Viene così coniato un termine fondamentale - EMPOWERMENT - e nasce un filone specifico della cooperazione, quello volto al rafforzamento delle organizzazioni delle donne come fine in sé e come precondizione essenziale di sviluppo.
Parallelamente, un altro dibattito centrale si sviluppava al Nord come al Sud del mondo, in governi, ONG e organismi internazionali: è più utile dedicare all'avanzamento delle donne Ministeri, Commissioni, uffici (e relativi budget) specifici, o è più utile lottare perché le politiche femminili siano integrate nelle politiche generali di un paese, o di un organismo internazionale? E, nel caso si scelga questa seconda strada, quella del MAINSTREAMING, chi veglierà perché poi l'integrazione avvenga effettivamente?
Il dibattito qui sommariamente riassunto si è spesso articolato intorno alle Conferenze convocate dalle Nazioni Unite, ed ai paralleli Forum convocati dalle ONG. A Città del Messico, dove nel 1975 si è tenuta la prima Conferenza mondiale per la donna, si era sviluppata un'iniziativa non governativa, la "Tribuna", che scontava però scarsa conoscenza e conseguentemente molta diffidenza tra organizzazioni femminili del Nord e del Sud del mondo. Città del Messico ha rappresentato quindi il primo momento di presa di coscienza da parte delle donne del Nord dei problemi delle donne del Sud.
Un primo risultato del processo avviato a Città del Messico è stata l'elaborazione e l'adozione - da parte dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1979 - della Convenzione per l'eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne (CEDAW), trattato internazionale ratificato ormai da quasi tutti gli stati, ma la cui applicazione è tuttora problematica per le donne di moltissimi paesi.
Il trattato è stato aperto alla firma in occasione della Conferenza di medio termine di Copenaghen (1980), che ha adottato anche un Programma d'azione giudicato così avanzato dalle ONG partecipanti al Forum parallelo da spingerle a non elaborare un documento alternativo ed a concentrarsi piuttosto sulla costruzione di reti e di legami tra di loro.
Al Forum di Nairobi, nel 1985, le donne hanno portato le loro esperienze nei campi più vari, dalla contraccezione alle iniziative editoriali, dall'arte alle tecnologie appropriate, dalla SICUREZZA ALIMENTARE al disarmo, dall'energia all'AMBIENTE. Un punto ha raccolto consensi unanimi: i tre obiettivi del Decennio ONU - uguaglianza, sviluppo e pace - sono indivisibili e non potranno realizzarsi per ogni donna finché non saranno una realtà per tutte. Nei dieci anni trascorsi da Nairobi le organizzazioni delle donne non sono state ad aspettare Pechino, ma hanno approfittato di tutte le occasioni di dibattito internazionale per affrontare ogni questione partendo da un approccio di genere: Rio de Janeiro nel 1992 ha visto l'adozione di una "AGENDA 21" delle donne, in cui veniva evidenziato il ruolo delle donne nello sviluppo sostenibile; a Vienna nel 1992 ci si è battute perché i diritti di uguaglianza delle donne siano considerati diritti umani a tutti gli effetti; al Cairo nel 1994 è emerso con particolare chiarezza (al di là dei tentativi di deformazione strumentale) che le donne sono un soggetto decisivo e che il loro progresso in tutti i campi è conditio sine qua non dello sviluppo.
A Copenaghen, nel marzo 1995, si comincia a ridefinire il valore del lavoro dal punto di vista della sua utilità sociale, prendendo quindi in considerazione in primo luogo il lavoro non retribuito delle donne.

La CONFERENZA DI PECHINO e il Forum delle ONG hanno visto, nel processo di preparazione, una grande novità: governi e ONG hanno lavorato insieme più che per qualsiasi altra conferenza delle Nazioni Unite e la consapevolezza della necessità di coinvolgere le ONG nelle consultazioni preparatorie, anche se solo come osservatori, ha portato una serie di nuovi attori sulla scena internazionale.
Durante il processo di preparazione di Pechino, le organizzazioni delle donne hanno fatto grandi progressi quanto a capacità di comunicazione e di lobby e soprattutto hanno imparato a negoziare con il sistema delle Nazioni Unite, con gli organismi regionali e con i rispettivi governi, a "decodificare" le convenzioni internazionali ed a studiare le loro implicazioni e potenzialità come strumenti di pressione sui governi. Molte organizzazioni si sono così rese conto di non essere meno competenti dei propri governi quanto a capacità di elaborazione e programmazione.

Cronologia fondamentale
1975: prima Conferenza ONU sulle donne (Città del Messico) e lancio del Decennio ONU sulle donne
1980: Conferenza di medio termine di Copenaghen
1985: Conferenza di Nairobi
1995: Conferenza di Beijing
2000: Bejing + 5



Bibliografia

AIDOS, Strumenti metodologici per integrare la prospettiva di genere nella cooperazione italiana allo sviluppo. Bibliografia, Roma, 1992.

Ester Boserup, Women's Role in Economic Development, St. Martin's Press, New York, 1970.

L. Bryndon - S. Chant, Women in the Third World,: Gender Issues in Rural and Uraban Areas, N. J. Rutgers University Press, New Brunswick, 1989.

K. Jayawardena, Feminism and Nationalism in Third World, Zed, London, 1986.

J. H. Momsen - J. Townsend, Geography of Gender in the Third World, London, State University of New York Press, 1987.

Caroline O.N. Moser, Painificazione di genere e sviluppo, Rosemberg e Sellier, Torino, 1996.

Nazioni Unite, Le donne nel mondo 1995. Numeri e idee, Commissione nazionale per la parità e le pari opportnità tra uomo e donna. Presidenza del Consiglio dei ministri, Istituto poligrafico e zecca dello stato, Roma, 1995.

Helen O'Connell, Equality Postponed: Gender, Rights and Development, One World Action, London, 1996.


SCI, Le donne costruiscono un nuovo sviluppo, collana "Città Solidarietà", COCIS, Roma, 1998.

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