|
La Commissione per i DIRITTI UMANI delle NAZIONI UNITE ha deciso nel 1982 di definire i popoli indigeni secondo questi criteri: "comunità, popoli e nazioni indigene sono quelli che, avendo una continuità storica con società precoloniali che si svilupparono sui loro territori prima delle invasioni, si considerano distinti dagli altri settori della società che ora sono predominanti su quei territori, o su parti di loro. Essi formano, attualmente, settori non dominanti della società e sono determinati a preservare, sviluppare e trasmettere alle future generazioni i loro territori ancestrali e la loro identità etnica quali basi della loro perdurante esistenza come popolo, in accordo con i propri modelli, istituzioni sociali e sistemi legislativi". Secondo questa definizione, i popoli indigeni riconosciuti dalle Nazioni Unite sono formati da circa 300 milioni di persone, il 4% della popolazione mondiale, ma rappresentano però il 90% della "diversità culturale" del pianeta. La maggioranza vive in Asia e gli altri sono sparsi in tutti i continenti, soprattutto in America Latina. In Africa, i numerosissimi gruppi etnici diversi da quelli predominanti nei singoli stati non sono considerati "indigeni" secondo questa formula, perché i governi post-coloniali sono formati da rappresentanti di altre etnie locali, a differenza di quanto succede ad esempio nelle Americhe. Per questo motivo sono considerati "indigeni" solo piccoli gruppi isolati, come i pigmei o i tuareg. In Europa sono considerati indigeni solo i lapponi, 68.000 persone insediate nelle terre subartiche dalla Norvegia fino alla Russia. Questi popoli sono stati definiti anche "custodi della terra", perché vivono da millenni in armonia con la natura nelle zone più ricche di biodiversità del pianeta. Per quasi tutti i popoli indigeni, la terra e la vita umana sono inestricabilmente connesse. Legandoli al passato e al futuro, la terra è custode del tempo. E' dimora degli antenati, fonte di cibo e riparo, e anche il luogo della creazione, dove gli antichi eroi delle mitologie affrontarono e vinsero il male e il caos per poi fondare la società umana con i suoi ruoli complessi. E, cosa più importante di tutte, è l'eredità custodita per i loro figli e i figli dei loro figli. Se espropriati dei loro territori, i popoli indigeni sono condannati; con terra adeguata, invece, possono affrontare il futuro con la stessa fiducia di tutti gli altri popoli della terra.
La lunga lotta per i diritti
Nel 1923, il capo indiano irochese Deskaheh si recò a Ginevra, alla Società delle Nazioni (l'antenata delle Nazioni Unite), per far accettare come membro dell'organizzazione la Confederazione delle Sei Nazioni Irochesi. L'opposizione del Canada fece naufragare questa richiesta, che segnò comunque l'inizio della lotta, in sede internazionale, per il riconoscimento dei diritti dei popoli indigeni. Il capo Deskaheh morì in esilio perché il governo del Canada, oggi paradossalmente tra i più rispettosi dei diritti indigeni, impedì il suo ritorno in patria. Nel 1977 la capitale della Svizzera francofona ricevette una multicolore delegazione di "pellerossa" e di "indios" che attraversò le stradine del centro suonando tamburi e bruciando erbe sacre secondo le tradizioni cerimoniali. Questi delegati venivano per la prima volta invitati dall'ONU a partecipare ad un meeting sui diritti dei popoli indigeni dell'emisfero occidentale. Un anno dopo veniva creato un Gruppo di lavoro permanente a Ginevra al quale partecipano indigeni di tutto il mondo. Il principale progetto che occupa da anni i delegati dei cinque continenti è la stesura della Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni che dovrebbe essere votata dall'Assemblea Generale dell'ONU, dando cittadinanza nel diritto internazionale agli specifici diritti dei popoli indigeni. Nel primo punto della bozza di dichiarazione si afferma che "i popoli indigeni sono uguali a tutti gli altri popoli sul piano della dignità e dei diritti, riconoscendo altresì il diritto di tutti popoli ad essere diversi, a considerare se stessi diversi, e ad essere rispettati come tali". Quelli che oggi vengono definiti popoli indigeni hanno pagato un prezzo altissimo all'espansione coloniale delle potenze europee nel mondo: hanno perso quasi tutti i loro territori, sono ridotti a vivere al margine di società a loro estranee, i loro diritti non sono stati ancora riconosciuti dalla comunità internazionale e spesso vengono trattati come specie in via di estinzione. Ma oggi stanno vivendo una fase di rivalutazione dei valori culturali ancestrali in cui credono, e sono protagonisti di una rinascita politica che trova sostenitori anche nei paesi industrializzati. Tra le associazioni non governative che sostengono i diritti dei popoli indigeni, spiccano l'inglese Survival International, con sedi in oltre 60 paesi e la Lega internazionale per i diritti e la liberazione dei popoli, con sede centrale in Italia. Ambedue hanno status consultivo presso le Nazioni Unite. La mancanza di attenzione per i problemi di questi popoli, patrimonio culturale dell'umanità, non è dovuta soltanto alla loro condizione di MINORANZE ETNICHE più o meno consistenti.
Gli indigeni sono
anche troppo marginali rispetto al mercato dei consumi e alla moderna SOCIETA'
GLOBALIZZATA e vengono aggrediti dalla deforestazione, dall'estrazione
mineraria, dai progetti idroelettrici, dall'inquinamento dei fiumi, da governi
ed eserciti.
Una data simbolica di grandissimo rilievo per il movimento indigeno
internazionale è stato il 1992, ricorrenza del V centenario dall'arrivo di
Colombo in America. In quell'occasione, in ogni paese americano ed europeo
furono promosse iniziative all'insegna del rifiuto del concetto di
"scoperta" e per il riconoscimento e l'applicazione dei diritti degli
indigeni. Il 1993 era stato dichiarato dall'ONU l'Anno internazionale dei popoli
indigeni, ma l'indicazione dell'ONU non ha trovato il benché minimo spazio nel
mondo dell'informazione. In Africa, Asia e Oceania la situazione degli indigeni
non è molto diversa. La sopravvivenza dei pigmei, dei boscimani, degli yanomami,
dei naga, tra altre centinaia di etnie, è sempre in pericolo.
Ma non tutto è negativo: le campagne internazionali che avevano lo scopo di
fare pressione sul governo brasiliano, ad esempio, hanno influenzato non poco la
stesura della nuova Costituzione di questo immenso paese, entrata poi in vigore
nel 1987 e che riconosce i territori ancestrali dei circa 300.000 indigeni
brasiliani. In Canada e in Australia sono stati recentemente sanciti il diritto
degli inuit (eschimesi) e degli aborigeni alla terra e a tenere viva la propria
cultura. Sono stati bloccati i progetti idroelettrici finanziati dalla Banca
Mondiale in diversi paesi del mondo che mettevano in pericolo la sopravvivenza
di diverse etnie. In Sudafrica la fine dell'apartheid ha liberato dal giogo
della minoranza bianca la popolazione nera del paese, tra cui boscimani e
ottentotti. Nei paesi andini americani ad alta presenza indigena (Bolivia, Perú,
Ecuador) l'UNESCO sta lavorando alla stesura di una grammatica unificata della
lingua incaica, il quechua, da utilizzare nell'educazione bilingue di oltre 4
milioni di indigeni.
L'approccio comunitario
I
popoli indigeni beneficiano di un'attenzione accresciuta negli ultimi anni da
parte dei donatori europei. Il Trattato di Maastricht definisce nel suo articolo
130U "la vulnerabilità dei popoli autoctoni nei processi di sviluppo e il
loro ruolo nella conservazione della diversità biologica". Altri documenti
che si occupano della cooperazione con le realtà indigene sono il Regolamento
del Consiglio relativo alla cooperazione con i paesi dell'Asia e dell'America
Latina, la Quarta CONVENZIONE DI LOME', il Regolamento
del Consiglio sulle azioni miranti alla conservazione e allo sviluppo
sostenibile delle foreste tropicali e infine il Documento di lavoro
relativo all'aiuto fornito ai popoli indigeni nell'ambito della politica di
cooperazione allo sviluppo della Comunità e degli stati membri. Le azioni
promosse dalla Commissione europea hanno come obiettivi generali il
consolidamento dei diritti dei popoli autoctoni e la loro capacità di generare
un proprio modello di sviluppo sociale, economico e culturale. Più nello
specifico, questi princìpi si declinano nel rafforzamento delle reti di
associazioni rappresentative dei popoli indigeni, nell'integrazione di questa
problematica nel dialogo politico con il paese partner, nella salvaguardia del
sapere degli indigeni (DIRITTI DI PROPRIETA' INTELLETTUALE, ecc.), nel
coinvolgimento dei popoli indigeni nella valutazione dei PROGETTI
di sviluppo.
Bibliografia
Amnesty International, Rapporto sugli indiani d'America, Ediz.
Sonda, Torino, 1992.
G. Bamonte e G. Della Marina, La festa degli indios: il V Centenario
visto dagli indigeni dell'America Latina, Vecchio Faggio, Chieti, 1992.
Maggie Black, Children and Families of Ethnic Minorities, Immigrants
and Indigenous Peoples, UNICEF, Firenze, 1997.
Sandra e Flavia Busatta, 1492-1992. L'apocalisse finale: indiani e
indios da Toro Seduto a Chico Mendes, Edit. Del Grifo, Arezzo, 1992.
CRIC, I colori degli indios. Le culture indigene: il Nord impara dal
Sud, collana "Città Solidarietà", COCIS, Roma, 1998.
J.L. Del Roio e A.L. Somoza, Tupac Amaru: frammenti di resistenza
indigena, ClupGuide-I personaggi, Milano, 1993.
Gigi Eusebi, A barriga morreu. Il genocidio degli yanomami, Ediz.
Sonda, Torino, 1990.
ICEI, Ambiente e deforestazione: i diritti dei popoli indigeni,
ICEI, Milano, 1994.
Vincenzo Pira, Kanaimé: un volontario tra gli indios, ASAL, Roma,
1986.
|
|