PREVENZIONE DEI CONFLITTI

La prevenzione dei conflitti (o diplomazia preventiva) si fonda sul presupposto che le procedure che regolano i rapporti tra gli stati (competenza della diplomazia classica) possano essere sottratte, in determinati casi, ad un potere unico e conferite a poteri multipli.
Esempi deboli di diplomazia preventiva possono considerarsi il Trattato di Versailles e il Congresso di Vienna, sebbene essi rappresentino l'esito di un lavoro diplomatico, certamente meritevole ma fondato ancora sulla forza come deterrente, piuttosto che sulla prevenzione come capacità di intercettare e regolare le tensioni potenziali generatrici di conflitti, attraverso un negoziato che ne riassorba le spinte esplosive e riconduca i contendenti a posizioni conciliabili. Consiste in ciò la novità concettuale dell'azione preventiva, ma anche il suo limite teorico, poiché la natura della prevenzione implica necessariamente l'
ingerenza di uno o più stati negli affari interni di altri stati, il che conseguentemente presuppone che tale ingerenza sia richiesta o a qualche titolo legittimata. E' tuttavia indiscutibile che in ambito diplomatico, e quindi nella sfera dei rapporti internazionali, il principio di ingerenza confligga con i principi fondamentali della Carta delle NAZIONI UNITE  e, in particolare, con il rispetto assoluto per le sovranità nazionali.
Appare qui evidente, se tali sono e resteranno le norme del diritto internazionale, che non è (e non sarà) l'attuale quadro politico-giuridico dei rapporti tra stati il luogo concettuale in cui ricercare una qualche legittimazione dell'azione preventiva. Ne segue, in prima istanza, che si dovrà spostare il problema dalla sfera politica a quella etica, muovendo dal principio di responsabilità (che incorpora concettualmente quello di prevenzione), ed entrare quindi nel merito di quelle questioni che Jürgen Habermas ama definire i "venerabili problemi della filosofia della coscienza".
Occorre ora stabilire se intendiamo riferirci all'etica tradizionale (fondata su di una concezione della condizione umana data nei suoi tratti essenziali una volta per tutte) oppure a quell'etica, ancora in formazione e prodotta dalla civiltà industriale, che secondo Hans Jonas avrebbe cambiato "la natura dell'agire umano".
Questo cambiamento è sotto gli occhi di tutti: le nuove forme di imbarbarimento arricchito delle società di massa lo dimostrano; la tecnica non è più lo strumento dell'uomo, ma viceversa. L'etica tradizionale, per altro ancora operante, non sembra più in grado di dare risposte a questi problemi.
Ispirato a questa etica e soprattutto al principio della responsabilità personale è stato, almeno in ambito internazionale, il
Tribunale per i crimini di guerra istituito dai vincitori della seconda guerra mondiale, fondato sull'idea che il comportamento dei poteri delle nazioni sconfitte si fosse radicalmente discostato dal rispetto dei DIRITTI UMANI e dalle convenzioni di guerra. Determinante per la sua istituzione fu certamente, almeno sul piano morale, il comportamento bellico dei giapponesi e, soprattutto, l'orrore suscitato dall'Olocausto. L'idea di un tribunale per i crimini contro l'umanità era giusta, e va tuttora perseguita, ma non fu equa, perché il giudizio sui crimini fu unilaterale e del tutto indifferente ai diritti lesi dei vinti.
In un pianeta attraversato da conflitti odiosi e feroci, che non risparmiano nessuno, può già considerarsi un piccolo successo la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU 43/131, che garantisce alle vittime l'accesso agli AIUTI UMANITARI. E' un primo passo verso il riconoscimento del diritto umanitario. Ma non basta, è necessario che divenga operante l'azione preventiva, che non potrà discendere da una teoria morale del comportamento internazionale: una teoria che trovi la sua premessa nella individuazione dei doveri degli stati, i quali dovrebbero attenersi a regole di giustizia, rispondenti all'imperativo di trattare tutte le persone in modo uguale. Occorrerà tuttavia che tale principio, che nelle Dichiarazioni dei diritti si applica indipendentemente da razza, cultura, religione, sesso ed estrazione sociale, venga esteso dagli stati anche ai propri cittadini.
La difficoltà di pensare un'etica internazionale, come necessario presupposto per la prevenzione dei conflitti ed una migliore giustizia internazionale, dipende dal fatto che gli stati ritengono le loro prese di posizione in campo internazionale di natura morale e al tempo stesso di salvaguardia dell'interesse nazionale. Ciò, naturalmente, è vero solo in parte, ma il fattore che realmente inficia le giustificazioni tradizionali che lo stato invoca per le sue scelte è la debolezza dell'impalcatura sulla quale si regge la sua teoria dei rapporti con gli altri stati, costituita dall'idea che lo stato abbia soltanto diritti (nella sua azione esterna) e non doveri (salvo verso i propri cittadini). Ora, se i soggetti della vita internazionale fossero soltanto gli stati, potremmo serenamente accettare la tesi che i diritti degli uni siano simmetrici ai diritti degli altri; ma non è così, perché gli stati non hanno soltanto diritti, ma anche doveri: e non esclusivamente verso i propri cittadini ma verso i cittadini di tutti gli altri stati. E quest'affermazione vale soprattutto oggi, che l'interdipendenza è divenuta la regola di vita del mondo moderno.


Bibliografia


Norberto Bobbio, Rapporti internazionali e marxismo, in AA.VV. Filosofia e Politica, scritti dedicati a Cesare Luporini, La Nuova Italia, Firenze, 1981.

Benedetto Croce, Etica e politica, Laterza, Bari, 1956.

P.P. Nicholson, The Political Philosophy of the British Idealists, Cambridge University Press, Cambridge, 1990.

R. Niebhur, Uomo morale e società immorale, Jaca Book, Milano, 1968.

F. Oppenheim, Interesse nazionale, razionalità e moralità, in "Teoria politica" III, n.2, Milano 1987.

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