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L'aiuto umanitario (o complesso di azioni inerente il soccorso urgente o d'emergenza) discende dai principi etici espressi dalla DICHIARAZIONE DEI DIRITTI UMANI ed ha come obiettivi il soccorso, l'assistenza e la protezione delle popolazioni (in particolare di quelle più vulnerabili), vittime di eventi catastrofici, siano tali eventi di origine naturale (uragani, terremoti) o umana (guerre, conflitti politici, crisi economiche o alterazioni dell'ambiente).
Compito dell'aiuto umanitario è la prevenzione e l'attenuazione della sofferenza umana, senza alcuna discriminazione razziale, etnica, religiosa, di sesso, di età, di nazionalità o di appartenenza politica.
L'azione umanitaria si sviluppa in cinque settori:
L'aiuto umanitario generico (che prevede l'assistenza alle vittime di situazioni strutturali di penuria, successive a crisi economiche prolungate od a conflitti persistenti); L'aiuto umanitario d'urgenza (che si attiva con forniture massicce di beni e servizi indispensabili a garantire la sopravvivenza delle popolazioni colpite da calamità); L'aiuto alimentare urgente (che si attua con l'invio mirato di generi alimentari, destinati alle popolazioni minacciate dalle carestie o da gravi penurie, qualunque ne sia stata l'origine); L'aiuto ai rifugiati ed ai profughi (inteso ad organizzare sia l'accoglienza nei paesi ospitanti che il rimpatrio delle persone sfollate); La prevenzione dei disastri (che prevede l'attivazione di sistemi informativi e di preallarme nelle area a rischio, coadiuvati da dispositivi atti a contenere e ad attenuare gli effetti di una calamità).
La prevenzione dei disastri si declina sua volta in quattro tipologie di intervento:
1) La prevenzione in senso proprio (che comprende, nei casi di conflitto, approcci noti come diplomazia preventiva o PREVENZIONE DEI CONFLITTI, che richiede lo sviluppo delle risorse umane locali (formazione di quadri e di tecnici, inseriti in reti regionali con compiti di informazione); 2) Il rafforzamento organizzativo e istituzionale delle strutture umanitarie esistenti (ovvero l'attuazione di una strategia internazionale, interessante le AGENZIE DELL'ONU, le agenzie bilaterali e le ONG, integrata da strategie nazionali, organismi regionali e ONG locali); 3) L'impiego di tecnologie a basso costo, utilizzabili dalle comunità locali (tecniche agricole contro la desertificazione e tecniche di contenimento delle acque, delle frane e delle sabbie); 4) L'attenuazione, o riduzione, dei primi effetti prodotti da eventi catastrofici (attraverso la mobilitazione delle risorse disponibili e il tempestivo rifornimento di beni di prima necessità e di servizi).
Dopo il 1960, è stato registrato nel mondo un numero di catastrofi doppio del decennio precedente e triplo rispetto a quello riscontrato in ciascun decennio della prima metà del secolo. Negli ultimi trent'anni molti milioni di persone hanno perduto la vita e altrettanti le loro case e i loro averi in seguito a disastri di origine sia naturale che umana. Gli strati più deboli e le persone più indifese (donne e bambini) ne sono stati le principali vittime. Negli ultimi dieci anni, dopo la rottura del bipolarismo politico-ideologico Est/Ovest, le catastrofi sono state prevalentemente originate da conflitti di lunga durata, etnici, tribali, religiosi e tra stati, per rivendicazioni autonomistiche o per il controllo delle risorse, con epicentri nei Balcani, nel Vicino Oriente, in Africa, nel Caucaso e in Asia. Sono state poco meno di cinquanta le guerre che hanno attraversato queste regioni, devastandole e sviluppando verso le popolazioni civili forme di ferocia e di accanimento innominabili. Oltre diciassette milioni di profughi (che si aggiungono a decine di migliaia di perdite umane) ne sono stati il tragico esito, mentre quasi nessuna contesa, generatrice di questi conflitti, sembra aver trovato poi sul terreno una ricomposizione stabile. Per ciò che concerne le calamità naturali verificatesi in questa seconda metà del secolo, non vi è dubbio che alcune siano da imputarsi a un generale scadimento delle condizioni generali del pianeta, soggetto da tempo al saccheggio indiscriminato delle risorse ed alla violazione sistematica dei suoi equilibri ecologici. I paesi poveri naturalmente sono risultati i più vulnerabili alle manifestazioni naturali violente, dove hanno agito come concause una crescita demografica incontrollata, l'inurbamento massiccio e le politiche di sviluppo dei governi locali ondivaghe, o troppo spesso subordinate agli interessi economici degli ex paesi coloniali. A
fronte di tale situazione, la comunità internazionale ha compreso che i
soccorsi d'urgenza non costituivano più, nei modi e nelle forme usate, una
risposta sufficiente alle necessità reali e che i programmi di assistenza
dovevano essere preceduti, ove possibile, da più adeguate misure di
prevenzione, integrate da interventi a medio termine, necessari per reinserire
le aree colpite da calamità o devastate da conflitti nei processi di sviluppo
interrotti.
In questo cambiamento, almeno teorico, di posizione delle agenzie umanitarie
internazionali, hanno avuto parte significativa i suggerimenti delle ONG
(europee in particolare), con la loro insistenza da un lato a rafforzare le
operazioni preventive nelle aree a rischio e dall'altro a sviluppare la teoria
del continuum (ovvero del ciclo aiuto umanitario urgente - riabilitazione
- sviluppo), proponendo meccanismi di interconnessione automatica tra le diverse
linee di finanziamento, onde impedire che il processo di ricostruzione si
interrompa e vadano perduti i benefici già acquisiti con i primi interventi.
E' nel medesimo contesto (continuum) che, ancora per impulso delle ONG,
lo strumento dell'aiuto alimentare è stato inserito in un ciclo virtuoso che
collega strettamente l'aiuto alimentare d'urgenza alla SICUREZZA
ALIMENTARE e, dunque, lo stadio emergenziale allo sviluppo. Il rapporto tra
aiuto alimentare (che è componente essenziale dell'aiuto umanitario) e
sicurezza alimentare è da tempo oggetto di particolare attenzione, essendosi più
volte verificato che l'aiuto alimentare non fosse in linea con le modalità, lo
sviluppo e le tipologie della produzione agricola locale, e pertanto fonte di
sprechi o distorsioni.
Resta comunque argomento centrale della questione e del dibattito che ne è
seguito definire le condizioni necessarie per realizzare nelle aree
sottosviluppate, e in particolare in quelle soggette a penurie e carestie, una
sufficiente autonomia alimentare.
Tali condizioni (pur tenendo conto dei paesi a rischio per la loro collocazione
geografico-climatica) sono parzialmente realizzabili con l'adozione di almeno
due serie di misure: interne (amministrazioni locali) ed esterne (che i PAESI
ACP devono ottenere, contrattandole nell'ambito del WTO/OMC).
Le prime dovrebbero esigere:
- il potenziamento delle colture agricole rispondenti al fabbisogno locale;
- la differenziazione delle colture per l'esportazione;
- l'eliminazione o la drastica riduzione delle monocolture.
Le seconde, o esterne, che già 64 paesi hanno richiesto, sono:
- sostegno alle agricolture locali;
- sostegno all'esportazione dei prodotti locali;
- accesso ai mercati internazionali dei prodotti destinati all'esportazione.
Si tratta, come è evidente, di richieste modeste, tenendo conto che un quarto
delle importazioni mondiali riguarda paesi non firmatari degli accordi sul COMMERCIO
INTERNAZIONALE. L'attuazione del complesso di queste misure potrebbe già,
tuttavia, costituire una solida base per l'avvio di una politica agricola e dei
mercati più mirata al conseguimento dell'autosufficienza alimentare.
Bibliografia
AA.VV., Aiuto umanitario, riabilitazione, sviluppo, in "Guida
delle ONG italiane per il semestre di Presidenza italiana dell'Unione
Europea", Roma, 1996.
Conference Report on Humanitaria Aid Challenges in the New Millenium,
Conrad N. Hilton Foundation, New York, 1998.
L'aiuto umanitario dell'Unione Europea, in "Relazioni annuali
dell'Ufficio umanitario della Comunità Europea (ECHO)", Bruxelles, vari
anni
OCHA, Office for the Coordination of Humanitarian Affairs, Nazioni
Unite, New York-Geneva, (pubblicazione che elenca tutte le Agenzie umanitarie
delle Nazioni Unite).
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